
La glorificazione del carattere
femminile implica l'umiliazione
di chiunque lo possiede.
T. W. Adorno “Minima moralia”
C'è un vuoto nelle pagine di Jane Somers. Una mancanza dalla quale nasce il testo, precisamente nel senso di tessuto. Dunque una trama ed un ordito che provengono da un'assenza e purtuttavia producono un significato preciso, nodi fondamentali, incroci essenziali. Rapporti umani, insomma. C'è, per meglio dire, la mancanza di una presenza, un'area depressionaria che si manifesta qua e là nel corso della narrazione. Ciò che manca (non in senso negativo, sia chiaro) è l'elemento maschile. Gli uomini vengono depennati con decisione dalla vicenda angosciosa e tenera del rapporto fra Janna e Maudie. L'uomo non è neppure accessorio. I maschi sono assenti. Se non sono assenti sono inutili. Quando non sono inutili nuocciono gravemente alla salute della donna. Nei casi meno gravi sono dotati di molteplici elementi di stupidità. Vogliamo affondare il bisturi che spacca il capello? Bene: c'è una figura maschile sostanzialmente positiva. E' Freddie, il marito di Janna. Infatti muore subito. Anzi è già morto. Presenza postuma tuttavia significativa.
Janna vive, opera, lavora, soffre in un universo popolato di sole donne. Un grande, brulicante gineceo nel quale gli uomini sono poco più, poco meno, che affreschi alle pareti. Timidi e incerti bassorilievi in assenza di luce radente. Fanno parte dello sfondo, presenze diafane attraversate dall'estenuazione dei ricordi. Semplici allusioni bidimensionali. E' sempre, il maschio, egoista o violento o incapace. Spesso senza disgiunzione. Un libro, dunque, scritto da una donna, per sole donne, per donne sole, solo per donne, popolato di donne che parlano con altre donne, che lavorano fra donne. Perché sono le donne “...che tengono insieme le cose”.
Verità tanto sacrosanta quanto problematica. Da questa caratteristica essenziale del mondo di J. S. emerge il ruolo antropologicamente determinante perché centripeto, aggregante, del femminile la cui coerenza coagula il rapporto sociale dentro e fuori dal nucleo famigliare; in opposizione all'incoerenza centrifuga patrifocale. Talché la “massoneria delle donne” si manifesta nella congiura che “...straripa e si sparge dentro l'autobus...” e in ogni piega della vita.
Lessing - Somers è spietata come una donna. Verga righe feroci e corrosive simili all'acido molecolare di “Alien”, altro testo. O, meglio, altro contesto declinato al femminile al cui interno si svolge interamente l'agone non solo dialettico. L'inconsistenza delle figure virili appare scolpita nella superficialità delle chiacchiere con il “...vero signore, galante e pieno di senso dell'umorismo...”.
Nel “Diario” l'uomo può solo far ridere nei panni del moderno cicisbeo “...che disprezza tutto ciò che non sa di fumo, cuoio e crema da barba, e in particolare le donne...” (T.W. Adorno “Minima Moralia”). La definizione conclusiva di costui è letale: “Divertente”. Una pennellata esiziale. Un colpo di pistola alla tempia dei padri e delle loro arroganti divinità. La verità del maschio si manifesta solo tramite l'esile cortina dell'apparire. Che rivela sempre la caratteristica fondamentale dell'antropos sophos: non capisce. E se capisce non sa che fare. Anzi, non sa tout court. Sapere è precipitare nel pozzo buio della vita sperando, solo questo, che una fine ci sia. Capire è galleggiare nel teporoso oceano dell'istinto. E' il gesto preconscio del neonato che stringe le mani cercando di afferrare (capĕre) una corda ormai recisa per risalire alla pace della vita prior perduta per sempre. Figura del sapere è l'interrogativo che trova un orizzonte. Misura del capire è l'esclamazione che s'irrigidisce nello stupore del vuoto. La radice di tutto il sapere è Sophia.
Anche quando si lotta, quando ci si confronta, quando si soffre o si ama , l'azione si svolge fra donne. Spesso, molto spesso, Jane è in lizza con se stessa. O con “l'altra Janna”, Mrs. Fowler che è come sono tutti i vecchi: “magri, trasparenti, polverosi”.
Così, con incerta decisione, J. S. raccoglie la sfida lanciata dal caso in una farmacia. E' l'inizio. D. L. possiede la capacità rara di accedere in modo rapido ma non frettoloso all'azione, al cuore del testo e della storia. L'incipt è sempre difficile perché comporta una preliminare ammissione di sé, manifestazione di intenti e sentimenti. E di mancanze: “...non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà...”. Interrogativo senza foce né estuario: siamo la realtà che facciamo, con inevitabile autoriflessione. Per questo, non per caso, le prime pagine del “Diario” costituiscono il regno della negazione che afferma. Tutti quei “no”, quei “né”, quei “non”. J. S. si rivela tramite la negatività dell'espressione, dicendo ciò che non è per affermare ciò che è, con inconscia ma non involontaria paralessi. L'autoanalisi che si dispone come fondamento del processo narrativo introduce il no metodico per cercare di sciogliere il dubbio “...di come fossi in realtà”.
Poco dopo compare la domanda capitale: “...a che serve che siano ancora vivi?” Singolare pluralità del verbo: loro siamo tutti noi. Janna incomincia a capire. Ovvero: a che serve vivere? La vita come incomprensibile tautologia alla quale, con vascorossiana, ostinazione, tentiamo di attribuire senso, contenuto, giustificazione, realtà. Appunto. E' in questo, esatto momento che la fragile, minuscola, orgogliosa Mrs. Fowler, con silenziosa metamorfosi, diventa Maudie per sempre.
Principiano, qui, due rinascite in senso perfettamente socratico. Grazie alla maieutica dei sentimenti le due donne imparano a riconoscere ciò che erano, a ricordare chi sono e come sono. Lentamente si sviluppa una topografia delle sensazioni, con la quale D. L. analizza e descrive con misura perfetta le caratteristiche del nascente rapporto con l'anziana quasi nei termini di una relazione coniugale con i suoi improvvisi, inspiegabili alti e bassi che imprimono alla narrazione violente oscillazioni come ad un' ”...altalena di emozioni”.
E poi c'è il corpo. Ci sono due corpi. Quello elegante, morbidamente femminile, invidiabile di Janna. E l'altro, grinzoso, cadente, sfatto, povera gruccia per straccetti consunti, duro come sa esserlo la materia tormentata dai segni indelebili del tempo che scavano oscure gallerie dentro e fuori. La giovane (tutto è relativo) ammira il proprio corpo, se ne prende maniacale cura, coltiva un'eleganza ricercata ma sobriamente visibile. Alla quale manca un'anima. Perché l'obiettivo è soltanto quello di “tenere tutto sotto controllo”. Per questo l'alba di un sentimento l'atterrisce. Perché ora si sente incapace di dirigere la realtà verso sé stessa, di prendere il controllo. Soprattutto dei propri sentimenti. Quelli, Janna lo intuisce fin dalla morte della madre e del marito, non si lasciano piegare: si possono solo spezzare.
Lentamente, con grande fatica, Doris - Janna compie la sua tormentata risalita. Una vera e propria ascesi in quanto movimento integrale verso il nuovo rappresentato dall'altro. C'è un punto focale, uno spartiacque a segnare la svolta. Un vero e proprio rito di passaggio dall'adolescenza dell'anima, nella quale Janna vive per sé, per la carriera, per il proprio corpo, per il tempo effimero del mondo, all'eta adulta del cuore che si sporge verso l'esterno. La scena, magistralmente dipinta del “bagno” di Mrs. Fowler rappresenta il faticoso superamento di una soglia invisibile perché interiore. Lavando l'anziana, Jane lava se stessa. Ecco perché, tornata a casa, le sue abluzioni si fanno sbrigative e la donna non sta più ”...nella vasca per ore”. La vera pulizia non è quella del corpo. Non soprattutto. Percorrere con lo sguardo, il tatto, l'olfatto quella carne spigolosa, emaciata, quella “...cassa toracica fragilissima, sotto uno strato di pelle gialla e rugosa, le clavicole e le scapole di uno scheletro...” le ricorda “...il corpo malato della mamma”. Maudie diventa di colpo una madre ritrovata. E, specularmente, Janna diventa la figlia che non è mai stata. Trova così il tratto essenziale di una realtà mai assaporata dopo decenni vissuti in un deserto chiamato famiglia. Un nome collettivo che qui disimpegna l'individuo il quale sopravvive in forma monadica. Non c'è luce nel nucleo. Solo un'insopportabile pesantezza neutronica che spinge Jane a percorrere traiettorie inappaganti perché insensate.
C'è un' altra famiglia, quella di Joyce, della quale in qualche misura anche Jane fa parte, che si frantuma per motivi oscuri ed è questa stessa, polverizzata entità a decidere “...di restare unita”. Una coesione stanca, prodotta da una debolezza, non dalla forza di un affetto. Anche se per Joyce, che decide di seguire il marito in America, la spinta arriva da uno stato d'animo (non un sentimento!): la paura della solitudine. Puro utilitarismo. Dunque l'astrattezza del gruppo determina il futuro di ciascun membro e, deresponsabilizzandolo, si sforza di assolvere l'individuo.
Ma ora Janna sa. Decide di sapere. Perché, prima, “...non volevo sapere.” La brillante “donna in carriera” lo avverte dapprima oscuramente, poi con improvvisa lucidità: è stato un anelito di conoscenza a perderci. Aprire gli occhi è pericolo di morte. E', soprattutto, pericolo di vita. Eppure vuole vivere e sceglie di rinascere. Anche se, con sempre maggiore chiarezza, capisce che ogni domanda si spalanca sul dolore. Tuttavia lo insegue e lo trova. Ma porre domande è un esercizio pericoloso poiché espone al rischio di trovare risposte. E ogni risposta appartiene all'irrimediabile. Così Jane, lentamente, quasi distrattamente, si immerge nella propria labirintica carsicità e scopre la possibilità ontologica del dolore. E' un risveglio, una rinascita. Anzi una resurrezione in senso perfettamente tolstojano.
E poi c'è il tempo. Janna ne rileva l'esistenza all'improvviso. Un nuovo tempo che nasce e si sviluppa dentro di lei. E' il tempo lento dei vecchi. Ma non diverso dall'altro. Janna è diventata diversa, la prima Janna sta scomparendo insieme a Maudie. Questa inizia a contare gli anni. Vede il mondo con occhi finalmente umidi e si desta “... circondata da oceani di tempo”. La burrasca si fa risacca.
I ruoli si invertono. E' Janna, ora, a parlare, a raccontare a Maudie la propria vita. Mentre l'ormai antica d'anni Mrs. Fowler si avvicina all'esito immersa in una inamovibile acrimonia. La malattia pretende molto e deforma mente e corpo. Jane, la vera Jane, vorrebbe che l'anziana “...uscisse dalla sua ostilità gialla e astiosa...” per “...comunicare, sia pure per pochi minuti, con la vera Maudie.” Il problema è proprio stabilire ciò che è vero e ciò che non lo è. Qual è la “vera Maudie”? Qual è il nostro vero noi? Quello che conosciamo e che siamo o quello che abbiamo conosciuto e dal quale proveniamo? Nel primo caso si constata che ogni ora porta con sé almeno 3600 “verità”. Nel secondo la “verità” è sottoposta al dominio della memoria che muta con la geometria variabile dei processi psichici, fisici, limbici, neurali, emotivi in una complessità che secondo l'Oscuro di Efeso, “...riposando muta e mutando riposa”. Solo permanenza e/o mutamento? E la morte, allora? “Un'ingiustizia? Un ingiustizia il fatto di dover morire? Come tutti?”
L'ingiustizia della morte deriva crono-logicamente dall'ingiustizia della vita. Maudie e Janna e tutti noi soffriamo di questo soltanto. Accade sempre, alla fine, che il personaggio si confonda con l'interprete, la finzione trapassi in realtà, la vita dilaghi nella morte. Ogni distinzione diventa pura ipotesi. Perché “..noi non possiamo assolutamente sapere cosa le stia succedendo in realtà”. Non lo sappiamo proprio. Neppure Jane lo sa e per questo alla fine si arrabbia: “Purché tu sappia con chi sei arrabbiata.” I bestemmiatori lo sanno sempre. Ecco perché pregano.
