venerdì 12 giugno 2009

DONNE CHE ODIANO GLI UOMINI



La glorificazione del carattere

femminile implica l'umiliazione

di chiunque lo possiede.

T. W. Adorno “Minima moralia”

C'è un vuoto nelle pagine di Jane Somers. Una mancanza dalla quale nasce il testo, precisamente nel senso di tessuto. Dunque una trama ed un ordito che provengono da un'assenza e purtuttavia producono un significato preciso, nodi fondamentali, incroci essenziali. Rapporti umani, insomma. C'è, per meglio dire, la mancanza di una presenza, un'area depressionaria che si manifesta qua e là nel corso della narrazione. Ciò che manca (non in senso negativo, sia chiaro) è l'elemento maschile. Gli uomini vengono depennati con decisione dalla vicenda angosciosa e tenera del rapporto fra Janna e Maudie. L'uomo non è neppure accessorio. I maschi sono assenti. Se non sono assenti sono inutili. Quando non sono inutili nuocciono gravemente alla salute della donna. Nei casi meno gravi sono dotati di molteplici elementi di stupidità. Vogliamo affondare il bisturi che spacca il capello? Bene: c'è una figura maschile sostanzialmente positiva. E' Freddie, il marito di Janna. Infatti muore subito. Anzi è già morto. Presenza postuma tuttavia significativa.

Janna vive, opera, lavora, soffre in un universo popolato di sole donne. Un grande, brulicante gineceo nel quale gli uomini sono poco più, poco meno, che affreschi alle pareti. Timidi e incerti bassorilievi in assenza di luce radente. Fanno parte dello sfondo, presenze diafane attraversate dall'estenuazione dei ricordi. Semplici allusioni bidimensionali. E' sempre, il maschio, egoista o violento o incapace. Spesso senza disgiunzione. Un libro, dunque, scritto da una donna, per sole donne, per donne sole, solo per donne, popolato di donne che parlano con altre donne, che lavorano fra donne. Perché sono le donne “...che tengono insieme le cose”.

Verità tanto sacrosanta quanto problematica. Da questa caratteristica essenziale del mondo di J. S. emerge il ruolo antropologicamente determinante perché centripeto, aggregante, del femminile la cui coerenza coagula il rapporto sociale dentro e fuori dal nucleo famigliare; in opposizione all'incoerenza centrifuga patrifocale. Talché la “massoneria delle donne” si manifesta nella congiura che “...straripa e si sparge dentro l'autobus...” e in ogni piega della vita.

Lessing - Somers è spietata come una donna. Verga righe feroci e corrosive simili all'acido molecolare di “Alien”, altro testo. O, meglio, altro contesto declinato al femminile al cui interno si svolge interamente l'agone non solo dialettico. L'inconsistenza delle figure virili appare scolpita nella superficialità delle chiacchiere con il “...vero signore, galante e pieno di senso dell'umorismo...”.

Nel “Diario” l'uomo può solo far ridere nei panni del moderno cicisbeo “...che disprezza tutto ciò che non sa di fumo, cuoio e crema da barba, e in particolare le donne...” (T.W. Adorno “Minima Moralia”). La definizione conclusiva di costui è letale: “Divertente”. Una pennellata esiziale. Un colpo di pistola alla tempia dei padri e delle loro arroganti divinità. La verità del maschio si manifesta solo tramite l'esile cortina dell'apparire. Che rivela sempre la caratteristica fondamentale dell'antropos sophos: non capisce. E se capisce non sa che fare. Anzi, non sa tout court. Sapere è precipitare nel pozzo buio della vita sperando, solo questo, che una fine ci sia. Capire è galleggiare nel teporoso oceano dell'istinto. E' il gesto preconscio del neonato che stringe le mani cercando di afferrare (capĕre) una corda ormai recisa per risalire alla pace della vita prior perduta per sempre. Figura del sapere è l'interrogativo che trova un orizzonte. Misura del capire è l'esclamazione che s'irrigidisce nello stupore del vuoto. La radice di tutto il sapere è Sophia.

Anche quando si lotta, quando ci si confronta, quando si soffre o si ama , l'azione si svolge fra donne. Spesso, molto spesso, Jane è in lizza con se stessa. O con “l'altra Janna”, Mrs. Fowler che è come sono tutti i vecchi: “magri, trasparenti, polverosi”.

Così, con incerta decisione, J. S. raccoglie la sfida lanciata dal caso in una farmacia. E' l'inizio. D. L. possiede la capacità rara di accedere in modo rapido ma non frettoloso all'azione, al cuore del testo e della storia. L'incipt è sempre difficile perché comporta una preliminare ammissione di sé, manifestazione di intenti e sentimenti. E di mancanze: “...non mi ero mai posta la domanda di come fossi in realtà...”. Interrogativo senza foce né estuario: siamo la realtà che facciamo, con inevitabile autoriflessione. Per questo, non per caso, le prime pagine del “Diario” costituiscono il regno della negazione che afferma. Tutti quei “no”, quei “né”, quei “non”. J. S. si rivela tramite la negatività dell'espressione, dicendo ciò che non è per affermare ciò che è, con inconscia ma non involontaria paralessi. L'autoanalisi che si dispone come fondamento del processo narrativo introduce il no metodico per cercare di sciogliere il dubbio “...di come fossi in realtà”.

Poco dopo compare la domanda capitale: “...a che serve che siano ancora vivi?” Singolare pluralità del verbo: loro siamo tutti noi. Janna incomincia a capire. Ovvero: a che serve vivere? La vita come incomprensibile tautologia alla quale, con vascorossiana, ostinazione, tentiamo di attribuire senso, contenuto, giustificazione, realtà. Appunto. E' in questo, esatto momento che la fragile, minuscola, orgogliosa Mrs. Fowler, con silenziosa metamorfosi, diventa Maudie per sempre.

Principiano, qui, due rinascite in senso perfettamente socratico. Grazie alla maieutica dei sentimenti le due donne imparano a riconoscere ciò che erano, a ricordare chi sono e come sono. Lentamente si sviluppa una topografia delle sensazioni, con la quale D. L. analizza e descrive con misura perfetta le caratteristiche del nascente rapporto con l'anziana quasi nei termini di una relazione coniugale con i suoi improvvisi, inspiegabili alti e bassi che imprimono alla narrazione violente oscillazioni come ad un' ”...altalena di emozioni”.

E poi c'è il corpo. Ci sono due corpi. Quello elegante, morbidamente femminile, invidiabile di Janna. E l'altro, grinzoso, cadente, sfatto, povera gruccia per straccetti consunti, duro come sa esserlo la materia tormentata dai segni indelebili del tempo che scavano oscure gallerie dentro e fuori. La giovane (tutto è relativo) ammira il proprio corpo, se ne prende maniacale cura, coltiva un'eleganza ricercata ma sobriamente visibile. Alla quale manca un'anima. Perché l'obiettivo è soltanto quello di “tenere tutto sotto controllo”. Per questo l'alba di un sentimento l'atterrisce. Perché ora si sente incapace di dirigere la realtà verso sé stessa, di prendere il controllo. Soprattutto dei propri sentimenti. Quelli, Janna lo intuisce fin dalla morte della madre e del marito, non si lasciano piegare: si possono solo spezzare.

Lentamente, con grande fatica, Doris - Janna compie la sua tormentata risalita. Una vera e propria ascesi in quanto movimento integrale verso il nuovo rappresentato dall'altro. C'è un punto focale, uno spartiacque a segnare la svolta. Un vero e proprio rito di passaggio dall'adolescenza dell'anima, nella quale Janna vive per sé, per la carriera, per il proprio corpo, per il tempo effimero del mondo, all'eta adulta del cuore che si sporge verso l'esterno. La scena, magistralmente dipinta del “bagno” di Mrs. Fowler rappresenta il faticoso superamento di una soglia invisibile perché interiore. Lavando l'anziana, Jane lava se stessa. Ecco perché, tornata a casa, le sue abluzioni si fanno sbrigative e la donna non sta più ”...nella vasca per ore”. La vera pulizia non è quella del corpo. Non soprattutto. Percorrere con lo sguardo, il tatto, l'olfatto quella carne spigolosa, emaciata, quella “...cassa toracica fragilissima, sotto uno strato di pelle gialla e rugosa, le clavicole e le scapole di uno scheletro...” le ricorda “...il corpo malato della mamma”. Maudie diventa di colpo una madre ritrovata. E, specularmente, Janna diventa la figlia che non è mai stata. Trova così il tratto essenziale di una realtà mai assaporata dopo decenni vissuti in un deserto chiamato famiglia. Un nome collettivo che qui disimpegna l'individuo il quale sopravvive in forma monadica. Non c'è luce nel nucleo. Solo un'insopportabile pesantezza neutronica che spinge Jane a percorrere traiettorie inappaganti perché insensate.

C'è un' altra famiglia, quella di Joyce, della quale in qualche misura anche Jane fa parte, che si frantuma per motivi oscuri ed è questa stessa, polverizzata entità a decidere “...di restare unita”. Una coesione stanca, prodotta da una debolezza, non dalla forza di un affetto. Anche se per Joyce, che decide di seguire il marito in America, la spinta arriva da uno stato d'animo (non un sentimento!): la paura della solitudine. Puro utilitarismo. Dunque l'astrattezza del gruppo determina il futuro di ciascun membro e, deresponsabilizzandolo, si sforza di assolvere l'individuo.

Ma ora Janna sa. Decide di sapere. Perché, prima, “...non volevo sapere.” La brillante “donna in carriera” lo avverte dapprima oscuramente, poi con improvvisa lucidità: è stato un anelito di conoscenza a perderci. Aprire gli occhi è pericolo di morte. E', soprattutto, pericolo di vita. Eppure vuole vivere e sceglie di rinascere. Anche se, con sempre maggiore chiarezza, capisce che ogni domanda si spalanca sul dolore. Tuttavia lo insegue e lo trova. Ma porre domande è un esercizio pericoloso poiché espone al rischio di trovare risposte. E ogni risposta appartiene all'irrimediabile. Così Jane, lentamente, quasi distrattamente, si immerge nella propria labirintica carsicità e scopre la possibilità ontologica del dolore. E' un risveglio, una rinascita. Anzi una resurrezione in senso perfettamente tolstojano.

E poi c'è il tempo. Janna ne rileva l'esistenza all'improvviso. Un nuovo tempo che nasce e si sviluppa dentro di lei. E' il tempo lento dei vecchi. Ma non diverso dall'altro. Janna è diventata diversa, la prima Janna sta scomparendo insieme a Maudie. Questa inizia a contare gli anni. Vede il mondo con occhi finalmente umidi e si desta “... circondata da oceani di tempo”. La burrasca si fa risacca.

I ruoli si invertono. E' Janna, ora, a parlare, a raccontare a Maudie la propria vita. Mentre l'ormai antica d'anni Mrs. Fowler si avvicina all'esito immersa in una inamovibile acrimonia. La malattia pretende molto e deforma mente e corpo. Jane, la vera Jane, vorrebbe che l'anziana “...uscisse dalla sua ostilità gialla e astiosa...” per “...comunicare, sia pure per pochi minuti, con la vera Maudie.” Il problema è proprio stabilire ciò che è vero e ciò che non lo è. Qual è la “vera Maudie”? Qual è il nostro vero noi? Quello che conosciamo e che siamo o quello che abbiamo conosciuto e dal quale proveniamo? Nel primo caso si constata che ogni ora porta con sé almeno 3600 “verità”. Nel secondo la “verità” è sottoposta al dominio della memoria che muta con la geometria variabile dei processi psichici, fisici, limbici, neurali, emotivi in una complessità che secondo l'Oscuro di Efeso, “...riposando muta e mutando riposa”. Solo permanenza e/o mutamento? E la morte, allora? “Un'ingiustizia? Un ingiustizia il fatto di dover morire? Come tutti?”

L'ingiustizia della morte deriva crono-logicamente dall'ingiustizia della vita. Maudie e Janna e tutti noi soffriamo di questo soltanto. Accade sempre, alla fine, che il personaggio si confonda con l'interprete, la finzione trapassi in realtà, la vita dilaghi nella morte. Ogni distinzione diventa pura ipotesi. Perché “..noi non possiamo assolutamente sapere cosa le stia succedendo in realtà”. Non lo sappiamo proprio. Neppure Jane lo sa e per questo alla fine si arrabbia: “Purché tu sappia con chi sei arrabbiata.” I bestemmiatori lo sanno sempre. Ecco perché pregano.

mercoledì 11 marzo 2009

I PRIMI SARANNO GLI ULTIMI

solitudine

La necessità ultima che tutto domina è l’immagine attraverso la quale vive la carne J. Hillman

Nessuno può sfuggire agli dei. Nessuno può allontanarsi dal sé che li ospita. Anche se la coerenza coatta in tal senso è più dolorosa di ogni altra possibile pena. Siamo, insomma, chi più chi meno, prigionieri di noi stessi. O, almeno, dell’immagine che ne coltiviamo e che procede in noi da un altrove abissale. E’ questo il plinto, inamovibile che sorregge l’intero sviluppo narrativo del bel romanzo di Paolo Giordano, il giovane fisico delle particelle vincitore nel 2008 del Premio Strega con l’opera prima “La solitudine dei numeri primi” (Mondadori, pagg. 304). Opera, è bene ricordarlo subito, sostenuta da una scrittura essenziale ma capace di acutezza analitica sorprendente. Il processo narrativo che traccia i ritratti di Alice e Mattia, si snoda infatti con agilità all’interno di una prosa dalla trabeazione apparentemente esile ma che si scopre, col procedere della lettura, robusta e vitale, in grado di reggere bene alla sismicità di una storia sostenuta da un pattern di grande violenza esterna ed interna. Violenza che incide con precisione quasi scientifica lo sfondo sul quale si agita la vicenda dei protagonisti. Alice, che odiando il padre odia se stessa per proiezione inversa e respinge il gigantesco peso che la opprime praticando una rigorosa anoressia. Mattia che schiacciato da un devastante senso di colpa per la morte della sorellina, precipita nel dramma dell’autolesionismo.

Tutto il resto, ambienti, attori, famiglie, storie, è puro paesaggio, poco più di un pretesto, un’occasione per esprimere il dramma. Importante, certo, ma in qualche modo “esterno” alla narrazione principale che grava con decisione sulla relazione binomiale tra Alice e Mattia. Un rapporto che sottende sviluppi angosciosi e angoscianti. Un romanzo di formazione. Lui, bambino, ragazzo, poi giovane matematico dotato di capacità rare nella comprensione dei numeri e delle loro relazioni, aggiunge alle stimmate di una genialità quasi autistica le ferite volontarie della carne. Prigioniero di una totale anaffettività, sceglie il vuoto della solitudine. L’apollineo rigore della matematica rappresenta confortevole rifugio. Rassicurante liquido amniotico il cui abbraccio placa i morsi feroci del ricordo dal quale tutto nasce e delle colpe, reali o presunte che siano. In realtà Mattia muore insieme a Michela la gemella psichicamente problematica che gli era stata sciaguratamente affidata da genitori, questi sì, colpevoli. La bimba scompare nella nebbia del parco. Con lei scompare anche il primo Mattia che risorge immediatamente con palingenesi mostruosa e definitiva, in un genio perverso che punta all’autodistruzione. Ma non al suicidio, scorciatoia eccessivamente pervia: lui deve soffrire per sempre, rievocando di tanto in tanto un fantasma spietato che appare nel suo “universo oscuro”.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. É un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. (Marilee Strong "Un urlo rosso sangue" Edizioni Frassinelli, 1999.)

Quando si riapre l’antica ferita, ne spuntano di nuove che generano il sangue in un delirio autopunitivo invincibile e temporaneamente liberatorio. Qui Mattia trova un’impossibile pace. Anche Alice è in cerca di pace. Ma non la trova nei numeri. La vorrebbe estrarre dal cuore. Dal sentimento che prova per Mattia. Un sentimento vero e profondo nel quale la giovane anoressica vede un orizzonte di salvezza. Anche e forse soprattutto per Mattia. Questo appare chiaro da subito: se c’è una speranza per lui, risiede nell’amore di Alice, nel rapporto difficile ma salvifico che la ragazza cerca con disperata ostinazione di partorire. Anche perché il male che coltiva non le consente altre gravidanze. Né le vuole. E il suo matrimonio finisce in frantumi. Alice inizia una faticosa risalita dall’abisso nel quale, ancora bambina, è stata spinta dal padre autoritario e competitivo fino all’estremo. Un percorso che la giovane pensava di seguire insieme a Mattia. Ma il vuoto è un male incurabile. Perché è intriso di nulla. Il nulla esploso con la morte (morte?) della gemella. Una parte di lui scompare improvvisamente insieme a Michela, quel pomeriggio, nella nebbia del parco, vicino al fiume. Dissolvenza. Evaporazione irrimediabile che scioglie la sua “vita di coppia” con la sorella, l’unica possibile per lui, dopo e per sempre, in un’inerzia dell’animo tenace e invincibile.

Alice, invece, urla fin dalle prime pagine la sua silenziosa protesta liberando nel gelo la vescica. Almeno questo le dona un po’ di calore; quel calore che in famiglia le è negato da un padre ottusamente totemico. Alice respinge il mondo che la respinge e respinge se stessa vuotando i visceri. Liberandoli tentando di liberarsi. Il corpo fa ciò che la mente e il cuore non possono fare. Il gelo lattiginoso la opprime: metaforica appendice del clima rigido che impera fra le mura domestiche, opache come la nebbia che, anche qui come nel parco in cui scompare Michela, nasconde ogni riferimento, ogni punto fisso, ogni direzione. Inevitabile il naufragio. Alice, rifiutandosi, condanna il padre con perversa vendetta trasversale. E si agita nella vita, schiacciata dal “peso delle conseguenze e da quello del genitore “incarnito nel cervello”.

Mattia intende punire solo se stesso. E’ affascinato dall’affilata semplicità della lama che non ammette dubbi, che incide la materia senza incertezze. Proprio come la matematica, algida e perfetta. Per questo l’ama e la capisce più di ogni altro. Nessuno al liceo e all’università sa fare meglio. Nemmeno i professori che riconoscono la sua superiorità a suon di voti altissimi. Ma “C’è qualcosa di spaventoso in quei voti”. Mattia è un numero primo, raro e incomprensibile. E ama tutti i numeri e la fisica che ne è sorretta e spiegata. E le sue leggi, la sua perfetta ineluttabilità, le ragioni di una materia che non ha dubbi. Fisica e matematica sanno sempre che cosa fare al di là di scelte etiche o morali. Molecole e atomi non conoscono Bene e Male. Lui, Mattia, lo conosce e lo ha fatto, il male. E continua a farne su di sé. Le gocce di pioggia sul parabrezza vanno dove devono andare e non lo sanno. Mattia, metafora dolente di tutti noi, è stritolato dal libero arbitrio che ci impone di scegliere. Per questo si pone un interrogativo cruciale per capire “… se è colpa delle gocce o colpa nostra”. Su di lui grava l’immagine di una goccia gemella. Ha deciso che è colpa sua se quella goccia ha imboccato un percorso senza ritorno verso la liquida fisicità del fiume, regno dell’indistinto fluire, di un nulla senza volto. Invisibile macigno, quella goccia “… passata dentro di lui” gli rimarrà per sempre addosso in un coagulo oscuro.

Almeno in questo Mattia non è solo. Anche Alice ha il suo grumo vessatorio che la spinge verso la dissoluzione. Pretesa autosacrificale condensata nel rito barbarico del tatuaggio, simbolo ubiquo di un’arcaica modernità. Lei non lo sa, loro non lo sanno, ma l’incisione della carne ripete il sacrificio dal quale proveniamo. Anche Mattia, ospite sgradito di se stesso, ha i suoi cruenti tattoos. Vede, sente, vive, osserva da distanze astronomiche. La sua diversità è assoluta. Quando è sottoposto a stress le mani, invece di sudare, gli si fanno secche. Alice, pur oppressa da enormi problemi, ha reazioni “umane”. Giordano è bravo nell’indicare un significato con particolari insignificanti. La maniglia d’ottone che le scivola dalle dita sudaticce la inserisce d’ufficio in una precaria ma sostanziale normalità. Per questo è sempre Alice ad agire “… al posto suo” all’interno del binomio. Per questo, come i numeri primi gemelli, vicinissimi perché separati da un solo numero pari, non si incontreranno mai. In balìa di una risacca crudele che sempre li sospinge verso la riva e sempre torna a risucchiarli in mare; avanti e indietro, con invincibile compulsività, in un ciclo senza fine né speranza. Dove ogni batter d’animo è volo cieco e balzo verso la solitudine dell’ultimo numero primo. Chissà se i numeri primi hanno una fine.

Ma il moralista si consolerà per molto tempo ancora con l’inverosimiglianza delle nostre speculazioni S. Freud

venerdì 13 febbraio 2009

LA VIOLENZA E IL SACRO

240px-Job-Blake Una interessante serie di obiezioni inserite come commento da Loris alla mia lettura de “Il vecchio e il mare” credo richieda una risposta articolata trattandosi di argomenti che mi sembrano di grande interesse. Ringrazio Loris per le efficaci considerazioni e puntualizzazioni. Ritengo però necessaria qualche precisazione. Sostiene, Loris, di non vedere la sconfitta nella storia di Santiago ma l'epilogo "di una vicenda umana destinata ad un lento esaurimento tra le difficoltà della vecchiaia e della solitudine". Sono completamente d'accordo con la parte virgolettata dell’asserzione. Meno con le conclusioni. Sottolineo solo che così si descrive con precisione proprio una sconfitta. Non per caso alla fine Loris decide di "semplificare" con un riferimento, credo inevitabile, a una interpretazione religiosamente teista del problema. E' proprio questo il punto. Senza qualcuno da ringraziare o da maledire, senza un "giudice" dal quale derivi ogni sentenza definitiva (parlo della vita e della sua inevitabile fine), ogni percorso, ogni passo, ogni azione umana è una sconfitta perché priva di senso. Santiago e tutti noi con lui, è un vinto. Perché ha sofferto, perché non conosce l'origine della sua/nostra sofferenza, perché accetta tutto, anche la vita e la morte, convinto di essere “nato per questo". Se non siamo, qui, in presenza di una visione sacrale o se preferite religiosa, della vita e della morte, allora devo ammettere di aver letto un altro libro.

Il pessimismo quasi lucreziano dell’ultimo Hemingway è chiarissimo. Se esiste un “dopo” anche eternamente gratificante, il dolore vissuto e subìto nel mondo non potrà comunque essere eliminato. Quel che è stato è stato. Nessun premio eterno, nessuna gloriosa luce divina potrà annullare neppure il più piccolo dolore sopportato in questa vita. Santiago è integralmente sconfitto. Sia perché, in un'ottica teista o, come dice Loris, religiosa, la vita, il dolore e la morte dipendono da qualcos'altro. Sia se si accetta un’interpretazione del mondo che attribuisce totale giurisdizione dell’uomo sul proprio destino. Se esista un arbitro super partes, un eterno padre amorevole o un crudele onnipotente despota no so. Neppure so se ci sia davvero una superiore istanza di imparziale giudizio. Giobbe era convinto del contrario: “né vi è tra noi due un arbitro che ponga la mano su noi due” (9,32) o, come lo chiamano i cattolici, un Padre misericordioso che, come afferma Loris, "passa a raccogliere le due creature che hanno acquisito nella loro vita, nell'affrontare l'ultima battaglia, pari dignità".

Sacralità della violenza e della morte. Ma senza possibilità di scelta non c'è dignità né sacralità alcuna. Santiago, il marlin e tutti i santiago e i marlin del mondo possono davvero scegliere? Chi ha scelto di nascere? Giobbe, ancora lui, con umanissimo sconforto grida: “…un fuoco non acceso da uomo consumo…” (20, 26). Possiamo, dice Hemingway, solo scegliere quando e come morire. E così, coerentemente, fu.

giovedì 12 febbraio 2009

UOMINI E PESCI

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"Lui feteva”

"Chi lui?”

“Il ferone” mormorò

“Il ferone? Il ferone? Il ferone?”

Stefano d’Arrigo “Horcynus orca

Povero, piccolo Santiago. A suo modo è un eroe. Ma non di quelli veri. Di quelli, per capirci, che hanno combattuto sotto le mura di Troia scolpite dal sole, che sono morti alle Termopili, che si sono spenti a Salamina o nelle acque di Cartagine. Non è nemmeno uno di quegli antichi e immensi eroi del mare che hanno accompagnato Giasone o Piritoo a fendere i solchi sconosciuti del cielo poseidonico. Per lui non c’è una lontana ma gratificante Colchide. Povero, piccolo Ulisse senza corona né Penelope, senza Itaca né protezione divina. Lui, vecchio, debole, stanco, indomito Santiago crede in un solo dio. Un dio del quale non è proibito pronunciare il nome: Joe. E nemmeno il cognome: di Maggio. E’ la numinosa divinità degli stadi diamantati del baseball a fargli compagnia dalle pagine di un giornale ricoperte di rughe come la sua antica pelle di pescatore. Povero, piccolo Achab senza Leviatan. Il grande capitano zoppo combatteva per la gloria e per la storia. Ed è morto in battaglia; farneticante, lucidissimo simbolo delle nostre colpe e del demone che ci agisce. Ma almeno, per una volta almeno, Davide è morto insieme a Golia. Giona, come Sansone, ha distrutto sé stesso e il Leviatan che l’aveva ingoiato.

Però come dice e pensa Santiago, “L'uomo non è fatto per la sconfitta. Si può uccidere un uomo ma non sconfiggerlo." Il vecchio pescatore è un minuscolo, gigantesco eroe sfortunato. Un Ettore che non conosce morte gloriosa. Non c’è un Achille a lacerargli i visceri con lama invincibile. Le sue ferite sono semplici bruciature procurate dai denti di funi e sagole intrecciati con rozza canapa. Il mostro non l’uccide al termine di uno scontro titanico. Semplicemente il “fratello pesce” abbocca e si lascia catturare, certo non senza lottare a lungo. Ma Moby Dick, la cui numinosa luce bianca si rifletterà per sempre su Achab, appartiene ad un altro universo, all’empireo degli Eroi.

Santiago, dopo 84 giorni di disperato vuoto, di inutile sciabordare, di lenze mai tese, di ami e reti gettati invano a lacerare il seno per lui avaro di Teti, avverte l’eco vicinissima della fine. Solo Manolo, il giovane Manolo, gli sta vicino, gli vuole bene, soffre con lui della sua senescente impotenza. Ha imparato a pescare dal vecchio. Ma soprattutto ha appreso e assimilato lo stile di una vita fatta di onestà, di fatica, di pericolo e di affetto. Ha assorbito, da garzone, i segreti della pesca insieme a quelli del vivere frugale di Santiago. Un vivere modesto che si agita quotidianamente in vista delle coste caraibiche.

Ma ora è diverso. Questo viaggio, questa battuta di pesca che è di caccia, questa singolar tenzone che ha per lizza un’immensità blu, Santiago vuole combatterla da solo. Il ragazzo deve costruirsi un futuro che ormai il vecchio e sfortunato pescatore non è più in grado di indicargli. Ma, Santiago lo sa, la sfortuna non esiste. Esiste solo una inarrestabile vecchiaia, un lento e irreversibile decadimento appena attenuato da ricordi di carta stropicciata che si sostituiscono con frequenza sempre maggiore alla realtà. E se esiste, la fortuna, la si affronta come se fosse un nemico, o un fratello pesce. Anche se le energie sono ormai assopite. E allora “dentro, più dentro, dove il mare è mare”. L’orcaferone si trasforma, qui, in un gigantesco marlin, il pesce spada dalla immensa pinna dorsale. Santiago parte solo. Per vincere. Per vivere. Per tornare alla sua baracca.

La prosa di Hemingway, ruvida ed essenziale, si dipana tagliente come la sottile linea nera che per tre giorni separa l’azzurro intenso sopra la testa del vecchio dal blu cobalto che sta sotto la barca. Due cieli, in realtà, si contendono l’uomo. Un paradiso celeste e lontano che suggerisce al pescatore ogni più lieve manovra della barra; che gli indica la strada con la luce del sole e delle altre stelle. E l’altro, liquido cielo, più vicino ma anche meno amico, cerca sempre di nascondergli o di strappargli la preda. Di ingannarlo, di illuderlo, di ammaliarlo con invisibili sirene. Ma Santiago sa da mille secoli come difendersi e come attaccare. Almeno così crede e spera.

C'è anche, quasi nascosta fra le pagine intense della narrazione, una splendida storia d'amore. Emerge dai flutti verde azzurri e s'inabissa nella morte che nasce, come sempre, dall'amore. Come accade all'uomo che spesso vuole fare il bene e produce il male. Senza colpa, senza volontà, senza capire il destino che opera cieco e sordo alle contrazioni disperate del cuore. “Il maschio lascia sempre nutrire prima la femmina...” . Irrimediabile atto d'amore dalle conseguenze funeste e disperate. L'amo intaglia con ferocia nella schiuma ondivagante una sentenza inappellabile. “...tutto il tempo il maschio le era rimasto accanto incrociando la lenza e roteando con lei sulla superficie”. La fine è rapida e si incarna nel dolore liquido del mare quando “...il colore dell'animale divenne quasi simile a quello del rovescio degli specchi...”. Il colore del sangue rappreso, della morte che serve alla vita. Pesci come uomini, uomini come pesci.

È stata la cosa più triste che abbia mai visto, pensò il vecchio. (...) e le abbiamo chiesto scusa e l'abbiamo squartata senza indugi.” Si scusa e squarta in fretta, Santiago mentre Manolo, come lui incolpevole attore, apprende l'arte universale di uccidere per vivere. Arte che l’uomo da sempre, spesso con abominevole inversione, declina. Non c'è scelta. Santiago, noi tutti con lui, non ne ha la possibilità, legato a quel servo arbitrio che ci immobilizza con ferri indistruttibili. Il vegliardo ne è oscuramente cosciente: “Forse non avrei dovuto fare il pescatore, pensò. Ma è per questo che sono nato.” L'angoscia del vivere si fa parola additando l'irrevocabile futuro rinchiuso in un presente indecidibile. Pagine memorabili scolpiscono la lotta fra l’uomo e il mare, fra pesce e pescatore. Santiago è debole perché vecchio e fa vela, come tutti, verso un orizzonte irraggiungibile, immenso anello della catena prometeica che imprigiona il dolore nel mondo.

Il piccolo Achab conosce una breve vittoria quando il grande marlin galleggia vinto e avvinto alla barca che sciaborda lenta verso il porto. Vincerà il mare. Il mare, alla fine, vince sempre. Anche Ulisse abbandona gli agi di Itaca e le dolci attenzioni di Penelope per accorrere di nuovo al richiamo dell’onda che culla ogni speranza. Le sirene non possono essere ignorate due volte e nessuno ha scritto una seconda Odissea.

Altre presenze popolano il modo di Santiago. Gli squali si muovono con instancabile impegno agli ordini della fortuna nemica. Il pescatore vede scomparire pezzo per pezzo la sua vittoria. Gli occhi azzurri però non cedono allo sconforto. Mai. Anche se sono rimasti gli unici a combattere contro il mare. Siamo in pieno mito: “Si è difeso da vecchio, con gli occhi”. (Cesare Pavese, “Dialoghi con Leucò” - l’uomo lupo). Santiago e il vecchio Licaone combattono fino alla fine come sanno, come possono. Ma la lotta è solitudine e le mascelle degli squali sono feroce moltitudine. Anche il folle comandante del Pequod vede schiere di pescicani che attaccano furiosi la balena appena fissata alla fiancata della nave. Ma il mostro è talmente smisurato che ne resterà sempre abbastanza. Santiago non caccia balene ed è costretto a combattere e a perdere, come Romeo, contro l’invincibile “giogo delle avverse stelle”. Sacrificio inutile. Il fratello marlin, indomito Abele ucciso da un povero Caino, non sfamerà l’uccisore. A terra approda solo una enorme lisca, monumento all’inutilità della vita che il mare si riprenderà.

La storia del vecchio pescatore cubano finisce nella penomb ra della baracca. Disteso su un misero giaciglio, sembra addormentato. Ma, noi lo sappiamo, sta ascoltando il tocco angusto di una campana che suona per lui.

Ma davvero, Santiago, “L'uomo non è fatto per la sconfitta” ?

Ernest Hemingway, "Il vechio e il mare" Oscar Mondadori; pagg. 104. Traduzione e postfazione di Fernanda Pivano.

mercoledì 4 febbraio 2009

ANIMA E CORPO

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“Se gli dei credono bene di parlare francamente all’uomo, gli parlano francamente, da gentiluomini, e non stanno a scuotere la testa e dare accenni misteriosi, come le vecchie comari…” (H. Melville “Moby Dick”)

La storia crudele del corpo di Eluana sta per concludersi. Come d’altra parte è accaduto e accadrà alle storie di tutti i nostri corpi. Delle anime non so che dire. L’argomento interessa altre visioni, altre prospettive che spesso sono state definite sovrumane, trascendenti, metafisiche, divine, ultraterrene. Per questo non mi riguardano. Tale sovrabbondanza lessicale dovrebbe presupporre tagliente chiarezza di pensiero e del suo portato: le idee. Ma, almeno nel caso Englaro, non è così. Più per l’una che per l’altra delle fazioni in lizza. Sono stati, questi ultimi 17, anni di crudelissimo tormento per Beppino Englaro e per sua moglie. Certo non per Eluana. Intendo dire per il corpo di Eluana poiché la titolare di quel complesso di ossa, muscoli, tendini, fluidi organici e microimpulsi elettrochimici, secondo l’opinione di illustri clinici, ha cessato di soffrire e di gioire, di annoiarsi e divertirsi, di temere e di desiderare. Di elaborare e gestire, insomma, quella particolare condizione del vivente che definiamo esistenza individuale o con altre consimili espressioni tutte riferentisi alla cosiddetta vita di relazione. Ma per alcuni non è questo il punto. Per Michele Brambilla, ad esempio, che quasi quotidianamente effonde torrenti di sovrumana saggezza dalla prima pagina del quotidiano diretto dal cinguettante Mario Giordano. L’assunto del Brambilla, che assume forma interrogativa, è insidioso e penetrante e riassumibile come segue. Se Eluana è proprio clinicamente e cerebralmente morta, “…qual è il beneficio che avrà nel passare dalla clinica di Lecco dov’era curata dalle suore, alla tomba? (…) dov’è l’atto di pietà nel farla morire? Dov’è l’atto d’amore?” Lasciatela dunque (vivere? Morire?) in pace. I genitori se ne disinteressino e la affidino alle amorevoli cure della suorine lecchesi che, loro sì, sanno come vanno queste cose e che cosa è giusto e ingiusto, che cosa è buono o cattivo, che cos’è vita e che cos’è morte. E ce lo spiegano somministrandocelo in nome di Dio.

Poi, per buona misura e per smisurato altruismo si preoccupa, il Brambilla, anche dei genitori della paziente (paziente? Ma se non paterit alcunché? Non possediamo neppure un lessico adeguato per argomentare sulla vicenda), manifestando “Il sospetto che come in tanti casi di eutanasia, sia chi resta – e non chi se ne va – a cercare nella fine un conforto”.

Diabolico Brambilla. Non ci aveva pensato proprio nessuno a questa eventualità. Meglio, molto meglio quindi privare i genitori del povero corpo di Eluana, del diritto indiscutibile di seppellire la figlia a 17 anni dalla morte. L’acuto commentatore de “il Giornale” ha però un merito: quello di aver centrato il nocciolo della questione. Qui non si tratta davvero, ora non più, di stabilire se la complessa struttura somatica che rispondeva al nome di Eluana possa o no essere accompagnata verso la sua fine biologica, essendo quella psicologica fatto ormai ampiamente assodato. No. Qui si tratta solo ed esclusivamente di consentire a due genitori straziati da oltre tre lustri di un’angosciosa agonia senza morte, l’elaborazione di un lutto fino ad oggi impossibile; di concedere loro la “costruzione” soprattutto interiore di un luogo deputato all’espressione più profonda del dolore per la scomparsa di un caro. Il diritto, insomma, di assistere al funerale di ciò che resta di Eluana, di piangere sulla tomba che la ricorda. In sua assenza. Perché Eluana, meglio dirlo forte e con chiarezza, non c’è più.

Ma il Brambilla continua a preoccuparsi per gli altri e si/ci chiede se siamo sicuri che Beppino Englaro “…non proverà rimorso?” . Nobile, generoso, pietoso Brambilla. E se lasciassimo al padre affranto la scelta del sollievo o del rimorso, senza tirarlo per la giacca, non sarebbe meglio? Ma Brambilla e quelli come lui sanno meglio di noi qual è il nostro meglio. Ovvio: ce lo spiegano quotidianamente vescovi, arcivescovi, cardinali e monsignori. Papa compreso, il quale è l’unico, vero, indiscutibile, genuino portavoce ed interprete delle cose celesti in questa valle di Josafat. Il clero vaticano è talmente addentro alle segrete cose dell’oltremondo che non riesce nemmeno a mettersi d’accordo con sé stesso. Sentite Paolo VI il quale afferma, a proposito del medico, che non deve “…mai accettare l’eutanasia”. Proprio quella di cui si va schiamazzando in questi giorni a proposito della Englaro. Eutanasia? Ma perché si possa parlare di eutanasia è necessario che si intenda “…procurare la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (Dichiarazione sull’eutanasia "Iura et bona", pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 5 maggio 1980.) Ovviamente non è questo l’obiettivo che si propongono i genitori di Eluana visto che la loro congiunta non soffre più né prova piacere o qualsiasi altra sensazione da molti anni. Dunque, almeno in questo caso, di eutanasia non si può parlare. Come si spiega bene alle pagine 8 e 9 dell’”Unità” e come chiarisce anche Adriano Sofri su “la Repubblica”.

In realtà Beppino Englaro e la moglie si trovano soli davanti alla tragica insufficienza del nostro sapere, del nostro sentire, del nostro capire. Ci muoviamo ciechi nel buio più totale. Persino il lessico è gravemente insufficiente alla bisogna. “Persona”, “Eluana”, “la paziente”, “lei”. Oggi, da 17 anni, “lei chi?”. Si congiura (o concorda) per attribuire a quel corpo oscuramente vegetante, una personalità o, almeno, lo status di persona. Ma quella persona non esiste più. Quindi anch’io, con monsignor Tettamanzi, vorrei che il clamore attorno ad Eluana “…cessasse e si aprisse lo spazio della preghiera…”. Chi può capire capisca.

lunedì 2 febbraio 2009

UMANO, TROPPO UMANO

google

Riproduco da Wintricks

Sabato 31 Gennaio, per quasi un'ora Google, il più grande e utilizzato motore di ricerca, è rimasto fuori uso restiuendo una serie di alert in corrispondenza di tutte le ricerche effettuate, sia sulle serp (Pagine dei risultati di un motore di ricerca n.d.r.). italiane che su quelle mondiali.

"Questo sito potrebbe arrecare danni al tuo computer" e una pagina informativa blocca l'accesso ai siti cercati. La campagna "Stop Badware", creata per limitare i danni da virus distribuiti attraverso le pagine web, sembrava non funzionare più correttamente: tutti i siti venivano segnalati come dannosi, Google.it compreso.

Ci siamo. O quasi.  Il Creatore incomincia ad essere messo in difficoltà dalla creatura. Piccoli chips crescono. E viaggiano a velocità iperfotonica verso la conquista dell’autonomia.  Certo, la favola fantascientifica della macchina che prende il sopravvento su chi l’ha progettata e costruita rimane e rimarrà ancora a lungo pur sempre una favola. Ma il piccolo segnale d’allarme dell’implosione googleiana qualche riflessione sul tema la merita. Dunque accade che un meccanismo introdotto in un motore di ricerca per  tutelare gli utenti dai siti “pericolosi” (pericolosi per chi?) improvvisamente li tuteli anche da sé medesimo. E’ interessante e bello che il più frequentato e famoso strumento conoscitivo dell’intero web produca effetti autolesionistici considerandosi “pericoloso”; da non frequentare, insomma. Inoltre, molto umanamente, il web engine progettato ed elaborato dai californiani e iperattivi cervelli di Mountain View sembra volerci dire: fidarsi e bene ma non fidarsi è meglio. Oppure, il che è quasi lo stesso ma con un evidente atteggiamento autoreferenziale: a pensar male non si sbaglia mai.  Che potrebbe qui suonare anche come elaborazione parafrastica di quell’altro cogitante e autoreferenzialissimo  motto;  quello, dico, che  cartesianamente conferisce all’atto di pensare, statuto indubitabilmente dimostrativo dell’esistere di sé.  E’ forse proprio questo pervasivo macchinismo della moderna ed informaticamente ubiqua res cogitans costruita dall’uomo che ci dovrebbe atterrire. Poiché tale substantia appare in grado di elaborare ed attuare nel medesimo istante comportamenti critici e  autocritici annullantisi vicendevolmente e tipici dell’umana e illogicamente logicissima logica. Per la mozartiana o luciobattistiana serie “vorrei e non vorrei…”. Che stia  per manifestarsi sotto altri cieli (e Google sembra impegnato in preoccupanti prove tecniche di autopsicogenerazione) una forma moderna e letale di quel delirio di onnipotenza manifestato da Don Giovanni? Speriamo di non dover scoprire fra breve che la creatura di Mountain View abbia sviluppato anche la capacità di soffrire e godere, provare dubbi e perplessità, stizza e benevolenza, odio e amore. Google mi preoccupa: sta per nascere un “nuovo uomo”. Anzi nuovissimo perché privo di carne e di sangue ma dotato di occhi, orecchie e cervello. Un cervello mostruosamente vasto e dotato di  neuroni,  sinapsi, sistema nervoso centrale  e spaventose capacità di elaborazione autonoma.  Ma anche di commettere gravi errori al punto da esprimere tendenze autolesionistiche.   Fuzzy logic. Umano, troppo umano!

venerdì 30 gennaio 2009

HOMUNCULUS HOMINI LUPUS

homuncul

L’amico Gap, come sempre, solleva problemi e tocca argomenti di grande (per me) interesse. Temi che spesso meritano più di un commento. Ecco.

E’ vero. In tutti noi si agita e piagnucola un fanciullino. Quel fanciullino che permane, residuale e spesso sommerso dall’adulto (che significa adulto?) il quale trascorre la vita impegnandosi fino allo spasimo per rimuoverlo, nasconderlo, sommergerlo di “adultità” (adultitutdine va meglio?). Ma che sia buono e bello e giusto e salvifico credere nel e cedere al bimbetto che ci portiamo dentro e che ci/ti/mi commuove tanto, questo andrebbe esaminato con attenzione e animo aperto in amore di verità. Sinceramente, insomma. Partendo da un presupposto che ritengo in-discutibile. Il postulato suggerisce: l’infante che spesso ci agisce e del quale a volte temiamo l’emersione, altre il nascondimento, è totalmente e privo, in radice, di quell’aspetto etico cui fa riferimento Joanna la cui tesi, mi pare, Gap e molti altri condividano in toto. Il mostriciattolo che è in noi somiglia da vicino anche se su scala ridottissima, al Leviatano di Hobbes e Melville. Non si tratta dell’alchemico homunculus neonato e, già nel Faust goethiano, dotato di scienza, conoscenza, volontà e principi. No, “quel” fanciullino, proprio quello di pascoliana memoria, costituisce l’aspetto della fuga dall’esserci, della nostalgia del primordiale inesistere, del malinconico e platonico ricordo del “prima”. Dunque della quiete nullificante che ci cullava nel dimenticato mondo iperuranico. Il mondo che precede la “caduta” ad opera di quel peccato del creatore di cui tratta diffusamente anche Cioran dal grembo recente di secoli di gnosticismo; bogomiliti e catari compresi. Desiderio, insomma, del riposo privo di luce che inevitabilmente precede ogni umana ma non inevitabile maieutica. Come sempre (lo dico da ateo quasi convinto: non sono capace di posizioni radicali e prive di mezzitoni, dubbi, parentesi e foschie dense) la Scrittura soccorre anticipandoci:

Perché non sono stato come un aborto nascosto, come bimbi che non vedono la luce ? Poiché ora (…) dormirei e sarebbe un riposo per me...” : (Giobbe 3,10)

Se la citazione è troppo ecclesiale rileggiti il capolavoro di Bulgakov. Il Maestro e Margherita, veri fanciulli pascoliani, non meritano la luce, bensì il riposo. Proprio ciò cui anela l’onesto Giobbe. Quello, mi pare di aver capito, cui tu e tutti noi guardiamo come speranza. Un bel tuffo nel remotissimo passato dell’inesistenza. A meno che non si sia convinti con Seneca che traduco con molte incertezze

“La natura è fatta in modo da non pretendere molto per essere felici: ognuno può procurarsi la felicità”. (L. A. Seneca “Ad Helviam mater de consolatione”).

Affermazione quanto mai impegnativa che presuppone il possesso totale di una sorta di onnipotente e liberissimo arbitrio. Fammi/fatemi sapere.